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Prof. Franco Nanetti - Counseling and coaching skills

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Prof. Franco Nanetti

IL COUNSELING: UNA PRATICA ELETTIVA PER IL SUPERAMENTO DELLA CRISI
(Franco Nanetti)

Il Counseling (termine inglese non perfettamente traducibile in consulenza) è un processo dialogico attivo tra un counselor e un cliente (o più clienti in caso di counseling di coppia, familiare o di gruppo), caratterizzato da uno “scambio interpersonale” (C.Rogers), basato su principi di empatia, autenticità, congruenza, amore per la verità e sull’integrazione di molteplici modelli psicologici e di abilità comunicative, con lo scopo in diversi campi di applicazione (relazione di aiuto, formazione, ambito aziendale e comunitario) di aiutare il cliente (o i clienti), attraverso in particolare l’energizzazione dello Stato dell’Io Adulto (E. Berne), ad esaminare ed analizzare la realtà (F.Nanetti, dal Dizionario Internazionale di Psicologia, 2010, 2012), al fine di:

-risolvere situazioni di crisi, stati di sofferenza, forme di disagio esistenziale e relazionale in rapporto a specifici eventi erlebniss determinanti

-esplorare ed analizzare schemi di pensiero e di azione per crescere nelle competenze di coping e skill adattivi al fine di raggiungere un sentimento di maggiore autoefficacia

-prendere decisioni, fare nuove scelte o scelte finora evitate

-elaborare conflitti e ad affrontare problemi specifici

-raggiungere, in un tempo concordato, obiettivi concreti, espressi in positivo, responsabilmente negoziati, atti a promuovere itinerari di realizzazione di propri scopi, di consapevolezza e di conoscenza di sé

-implementare risorse funzionali a incrementare il proprio benessere personale e la propria autostima

-migliorare la competenza relazionale, imparando ad ascoltare, parlare, condividere ed auto affermarsi, per facilitare il rapporto con gli altri

-ampliare la coscienza di nuovi significati e nuove prospettive di senso affinchè sia possibile ritrovare una propria armonia interiore ed una più chiara definizione dei propri compiti di vita, in termini di vocazione, visione e missione esistenziale (da saggio di F. Nanetti “Counseling” Mylife, Rimini, 2008, 2012).

Il counseling, come abbiamo potuto definire, è un approccio fondato sulla relazione che non si orienta verso la ristrutturazione di quadri psicopatologici definiti (semmai solo nei dis-adattamenti di personalità e nei disturbi di sottosoglia) ma, ponendo la situazione di crisi al centro del proprio intervento, su una prassi esclusivamente regolata dalla definizione di un obiettivo pianificato nel tempo e nello spazio.
Seppure i confini tra la psicoterapia ed il counseling clinico possono sembrare labili (e forse lo sono), alla luce della definizione sopratracciata possiamo indicare una sostanziale differenza.
Mentre la psicoterapia colloca prioritariamente il proprio intervento in un processo di ristrutturazione della personalità in quanto il disagio del paziente risiede soprattutto in una “deformazione del carattere” (K. Horney), il counseling interviene in situazioni disadattive di natura contestuale, nel senso che, come abbiamo accennato, l’evento sintomatico di crisi esistenziale si collega ad un evento erlebniss determinante, che emerge o da un mancato adattamento ad una situazione problematica “esterna”, identificabile e circoscrivibile nella storia del cliente (ad esempio: la perdita del lavoro, una separazione, la diagnosi di una grave malattia), o da una situazione di conflittualità “interna” (ad esempio, l’improvviso riconoscimento di una scelta sbagliata), che è stata causa dell’emergere di uno stato di profondo disagio e sofferenza.

Tale differenziazione tra counseling e psicoterapia non deve comunque trarci in inganno, e per questo sono necessari alcuni chiarimenti.
In primis occorre avere ben presente che non è l’intensità dello stato di sofferenza a definire se il cliente vive uno stato di crisi situazionale o se si tratta di uno specifico disturbo di personalità.
La perdita di un partner può portare ad un’angoscia intensissima che non corrisponde a nessuna “patologia del carattere”, e per questa ragione, essendo il disagio provato al di fuori di un qualsiasi specifico quadro nosografico, può essere affrontato da un counselor clinico con ottimi risultati.
In secondo luogo non si può escludere che un counselor clinico competente nelle funzioni di rete (case work) non possa intervenire anche in patologie gravi, come ad esempio con pazienti psicotici e borderline, con compiti limitati e definiti di sostegno o riadattamento relazionale all’interno di una comunità terapeutica, a patto che venga mantenuta una chiara attribuzione di specifiche competenze ed una collaborazione costante con altre figure professionali specializzate-psichiatra, psicoterapeuta, medico internista, mediatore familiare, assistente sociale - nella gestione degli aspetti strettamente clinici.

Le basi epistemologiche, filosofiche e storiche del counseling.

La pratica del counseling emerge, soprattutto a partire dai contributi di Maslow, May, Rogers, all’interno di un mutamento paradigmatico, intorno agli anni 50’, rappresentato dall’affermarsi degli studi della psicologia umanistica.
La psicologia umanistica si pone come superamento da un lato della psicoanalisi ortodossa, in quanto essa teoria e pratica troppo radicata in una concezione di un soggetto umano imprigionato da forze primordiali e da un passato che lo vuole condizionato inesorabilmente alla coazione a ripetere sulla base di specifici nessi causali, e dall’altro di quell’empirismo ingenuo di marca sperimentalista e comportamentista volto a ridurre il mistero dell’uomo alla semplice indagine oggettivante.
La psicologia umanistica indaga l’essere umano come un soggetto costantemente proteso alla ricerca di prospettive di senso, di nuovi significati e di una concezione e visione unica e particolare della propria vita.
Secondo i presupposti della psicologia umanistica, l’uomo ha in sé tutte le possibilità per realizzare la cosiddetta “tendenza attualizzante” (K. Rogers), che è l’innata esigenza di ognuno alla propria realizzazione psicologica e “affettiva”, anche quando tale tendenza è stata ostacolata di condizionamenti esogeni negativi e frustranti (visione ottimistica).

I fondamenti epistemologici (esame dei fondamenti critici dei principi della conoscenza scientifica) e filosofici rintracciabili nel nuovo paradigma della psicologia umanistica sono la fenomenologia di Edmund Husserl, l’esistenzialismo di Martin Heidegger e l’ermeneutica di Gadamer.
Secondo la fenomenologia, la comprensione dell’uomo avviene attraverso un intenzionarsi ad esso previsto da una sorta di sospensione del giudizio e da una verifica intersoggettiva dell’intuizione dell’essenza.
Secondo l’esistenzialismo il soggetto umano è responsabile del proprio futuro, in quanto a lui è data la possibilità di scegliere e di scegliersi. In tal senso ogni uomo può riscattarsi dal proprio passato, dal proprio essere gettato, per approdare alla vita come progetto, come passaggio da uno stato di alienazione ad uno di alterità, di amore in autentico ad uno di amore autentico.
Secondo l’ermeneutica (secondo la sua origine etimologica il termine ermeneutica significa “arte di  interpretare”), il cambiamento dell’uomo si basa su un percorso di ritrascrizione narrativa di un nuovo ordine dotato di senso che può avvenire all’interno di una relazione altamente significativa.

La psicologia umanistica trova molteplici convergenze e ulteriori contributi nella psicoanalisi dell’Io (Hartmann, Kris, Loewenstein), nella psicoanalisi esistenziale di Winnicott e Sartre, nell’antipsichiatria di Cooper, Laing, Basaglia, negli studi sulle relazioni oggettuali di Klein e Fairbain, e della psicologia interpersonale di Horney e di Sullivan, nella prospettiva etico pragmatica di William James e di John Dewey, ed infine nella gestalt di Fritz Perls, l’analisi transazionale di Eric Berne, la PNL di Robert Dilts, la bioenergetica di Alexander Lowen, la psicologia analitica di Carl Jung, la logoterapia di Victor Frankl, la psicosintesi di Assagioli e al counseling transpersonale integrato (Wilber, Tart, Nanetti, Graziani).

Le parole chiave del counseling (dal saggio di Franco Nanetti, Psicologia e spiritualità, My Life, Rimani, 2012)

CRISI

Il counseling è la “terapia” elettiva della crisi.
La crisi è un essere al bivio che rimanda alla scelta e alla rinuncia, dopo un attento discernimento interiore che motiva un’azione coerente con i valori in cui crediamo.
Nel superamento della crisi, impariamo a riconoscere i nostri bisogni profondi, la nostra missione di vita, le paure che ci ostacolano, le risorse che dobbiamo utilizzare per percorrere nuove strade.
Ogni momento di crisi è un ostacolo e un’opportunità.
Se lo psicoterapeuta si occupa di patologie conclamate non determinate da specifici erlebniss, di disturbi di personalità, di procedure di ristrutturazione della persona, il counselor si occupa di disagi esistenziali e contestuali, di stati di sofferenza (noia, inquietudine, angoscia, paura, ecc.) prodotti eventi erlebniss determinanti, come ad esempio sono una separazione, una carcerazione, una grave malattia o altro.
(dal saggio di Franco Nanetti, Counseling ad orientamento umanistico esistenziale, Pendragon, Bologna, 2010)

RELAZIONE

Il disagio su cui interviene il counselor è contestuale, storico e relazionale.
Il counseling è un divenire processuale, un processo di ri-semantizzazione storica di carattere narrativo, che impegna il cliente nel cogliere nel qui ed ora della relazione che intercorre tra sé e il counselor le rospettive del proprio cambiamento.
L’essere in relazione è l’orizzonte entro il quale per il cliente si presenta interamente il suo mondo esperienziale.
Permettere alla relazione di trasformarsi significa consentire che l’intero universo vissuto che comprende anche la sofferenza non elaborata si trasformi.
Il disagio su cui interviene il counselor sta nella relazione con l’alterità, poiché è nel campo della relazione che si determinano nuove scelte di vita.
Improntare una relazione ad una maggiore autenticità, significa ritrovarmi più autonomo, più intimo, più vero, più responsabile. Divento diverso, attualizzo scelte non fatte, perché sono diverso nella mia relazione con l’altro.
Il cambiamento è un atto sociale.

INTUIZIONE

L’altro non può essere compreso attraverso procedure oggettivanti, ma attraverso l’immedesimazione empatica, l’intuizione della sua essenza.
Secondo la prospettiva fenomenologica, l’altro può essere conosciuto soltanto attraverso “la coscienza intenzionale del soggetto osservante”, attraverso un intuizione dell’essenza che si fonda sui dati immediati della coscienza, ossia solo attraverso “la mia mappa, il mio intenzionarmi a lui”.
Secondo la gnoseologia husserliana, la coscienza può conoscere la realtà umana non attraverso l’analisi oggettiva di dati sensibili, ma attraverso l’intuizione dei significati e delle essenze logiche sottese a tali dati.
Per questa ragione, la conoscenza dell’altro, secondo Husserl, passa attraverso una “sospensione del giudizio”, una riduzione fenomenologia, un’epochè, che consiste in un atto in cui si mette tra parentesi l’esistenza contingente delle cose per attingerne la pura essenza, nel senso che il soggetto pensante per conoscere il valore deve sottrarsi al giudizio sensibile e proiettare il valore stesso in una sfera distaccata dell’esperienza diretta. L’epochè non coincide con l’esclusione del pensiero che discrimina né con l’assunzione ontologica del dubbio scettico, ma che si correla con l'assunzione di un atteggiamento fenomenologico di distacco, come avviene nella pratica meditativa, fondato sulla soggettività come fondamentale criterio di riferimento, ossia come apertura ad una conoscenza dell’altro non chiusa in caselle categoriali.
L’epochè husserliana non cancella il giudizio, lo mette tra parentesi, perché non si trasformi in un pregiudizio. L'atteggiamento fenomenologico, proposto da Husserl, non significa rinuncia all’ipotesi di un giudizio, ma significa che, essendo la coscienza intenzionalità, l’essenza dell’altro si ripropone attraverso un processo di riduzione eidetica (dal greco , “forme”, “idee” o “essenze”), dove le essenze si danno nell'intuizione della coscienza e non allo sguardo oggettivante delle scienze naturali.
Tale riduzione eidetica passa attraverso il vissuto, che Husserl chiama percezione immanente, che solo successivamente diventa oggetto di riflessione. La riduzione eidetica ha come fondamento la comprensione dell’altro attraverso se stessi, ossia attraverso la coscienza intenzionale del soggetto osservante.

DIAGNOSI “FUNZIONALE”

La diagnosi può essere solo funzionale o contestuale e mai strutturale.
Il trincerarsi dietro a criteri di osservazione oggettivante, nella falsa convinzione che i messaggi individuati siano oggettivi, perché scotomizzati dall'influenza che ha su tali messaggi il comportamento dell'osservatore , é molto rassicurante. Ma nel metodo di osservazione partecipante non esistono codici fissi d'interpretazione, e i dati rilevati non sono mai asettici e trasparenti.
Ad un dato comportamento non sempre corrisponde lo stesso significato.
Un atteggiamento di rifiuto in una circostanza può significare desiderio di colpevolizzare l'altro o di sopraffarlo , mentre in un'altra sta ad indicare la paura di essere giudicato ("se sarò io a rifiutarti , il tuo giudizio mi é indifferente ") .
Il tacere, se in una situazione intima di rapporto a due può significare sfida e provocazione , in un'altra situazione può invece semplicemente indicare un timore di esporsi , di essere visti nella propria insicurezza esistenziale .
"Un fenomeno - affermava Paul Watzawick- resta inspiegabile finchè il campo di osservazione non è abbastanza ampio da includere il contesto in cui si verifica ".
Contesto e significato sono strettamente collegati tra loro.
Il significato attribuito ad un certo comportamento può cambiare in relazione al contesto materiale, inteso come luogo nel quale si agisce, o comunicativo, inteso come l'intero campo delle comunicazioni che si stabiliscono tra i membri di un sistema .

DIALOGO

Il counseling è un percorso di democratizzazione delle relazioni.
Si passa dalla posizione asimmetrica di cura dell’altro e della sua patologia alla posizione dialogica di scambio autentico.
Il soggetto, nella prospettiva etica di Martin Buber, supera la dimensione Io-Esso dell’avere e del possesso, per passare alla dimensione Io-Tu del dialogo fondato sulla gratuità e libero da ogni pretesa sull’altro.
Nel prolungamento dell’analisi esistenziale di stampo hedeggeriano di Ludwig Binswanger si evidenzia la dimensione etica della relazione autentica, dove il superamento della sofferenza è un transitare dalla mondanizzazione della presenza all’esperienza dell’amore autentico, da un modo di essere nella cura, o forma inautentica del vivere, nella quale la persona per effetto della paura e dell’interessamento egoreferenziale stabilisce una relazione IO-ESSO, dove l’altro è esclusivo oggetto di soddisfacimento di propri bisogni (stato di alienità) a un modo di essere nell’amore, o forma autentica del vivere, nella quale la persona sperimenta intersoggettivamente la presenza nella relazione IO-TU (stato di alterità).

RESPONSABILITA’

Ognuno è responsabile di se stesso.
Ognuno costruisce la propria esistenza dando significato a ciò che gli accade in prima persona, creando la propria libertà, intesa non come assenza di vincoli ma come scelta tra i vincoli che ci condizionano nel mondo delle necessità.
L’assunzione della responsabilità, come capacità di scegliere al posto dell’essere scelti dalle abitudini e dagli automatismi copionici.
La responsabilità significa valutare gli effetti della propria azione, uscire dalla delega passivizzante e pretestuosa di chi si nasconde dietro l’incapacità o la debolezza.
Essere responsabili significa dire sì alla vita nonostante la paura.

Essere responsabili significa rispondere con competenza, ossia significa farci carico di ciò che ci compete e lasciare agli altri quello che non ci compete.
Il non assumersi la responsabilità di quello che ci compete è un atto di grande egoismo e viltà, perché ciò significa attendersi, senza avere esplicitato una richiesta, che un altro agisca al nostro posto.
Nella mancanza di responsabilità l’altro si trova coartato a fare qualcosa che dovremmo fare noi.
Anche l’assumersi eccessive responsabilità, ossia responsabilità che sarebbero di un altro è un errore che ha una fondamentale ripercussione: la sua infantilizzazione.
Il primo passo nella direzione di un percorso di evoluzione spirituale si concentra sull’ acquisire la consapevolezza che si è responsabili di tutto ciò che ci accade e delle nostre scelte.
Per fare le scelte che ci competono occorre smettere di nascondersi dietro la colpevolizzazione dell’altro o la colpevolizzazione di se stessi, che di fatto rappresentano un ulteriore modo per crogiolarsi sul passato e non scegliere.
Per imparare ad assumersi le responsabilità che ci competono occorre che abbandoniamo sia l’atteggiamento persecutorio volto ad accusare rabbiosamente, sia l’atteggiamento vittimistico di chi si crogiola nella colpa o nella sofferenza.
(dal saggio di Franco Nanetti, Psicologia e spiritualità, My Life, Rimini, 2012)

IL SENSO DELL’UMORISMO

La via della trasformazione profonda porta in alto grado il senso dell’umorismo.
Quando siamo soggiogati dall’Ego, imprigionati nella nostra gabbia narcisistica, presi dalla costante paura di sbagliare e di non corrispondere alle altrui aspettative, quando non abbiamo un Sé in alternativa all’ideale dell’Io che vorremmo trovare depositato nello sguardo degli altri, quando non riusciamo a cogliere la distanza tra la realtà e la maschera, quando siamo totalmente identificati in ciò che vediamo e in cui crediamo, quando la realtà è quella e non può essere altro, ciò vuole dire che manchiamo totalmente di senso dell’umorismo.
Il senso dell’umorismo ci consente di accedere al disvelamento della finzione insita in ogni realtà di cui facciamo esperienza.
Con l’umorismo si ammette l’esistenza di più strati della realtà, con l’umorismo si compie un’opera di disincanto.
Ciò che percepiamo come assoluto, grandioso, “totalmente serio e totalmente onesto” (Chogyam Trungpa, 1976), si riempie di sfumature fino a collassare nell’irrilevante, “ciò che è imperioso, fondamentale, solenne può improvvisamente diventare buffo”, farci ridere a crepapelle.
Con il senso dell’umorismo tutto viene relativizzato, irriso, come nel film “Amici miei”, perfino la morte.
In un’antica storiella buddhista così si racconta: “Un povero villico per procedere nella pratica meditativa in modo appropriato chiese al maestro quale fosse il colore amitabha, che iconograficamente corrisponde al rosso.
Il maestro disse che era il colore cenere.
Tale informazione influenzò l’intera vita del villico.
Quando questi si trovò sul letto di morte, volle chiedere ad un altro maestro se aveva proceduto correttamente nella pratica meditativa, e per questo si fece dire qual’era il colore amitabha. Quest’ultimo rispose correttamente che era il rosso.
L’uomo alla notizia scoppiò a ridere, e morì ridendo” Neppure la morte può sottrarci al processo di disvelamento dell’assurdo, al prenderci gioco di quel velo di maja che rende ragione di quello che è realmente la nostra vita: un percorso avvolto nel mistero, un reticolo di fatti inspiegabilmente connessi, una apparente farsa.
Ciò non significa che tutto sia una commedia senza tragedia, ma che commedia e tragedia in questo gioco del destino possono entrare in un processo di dissolvenza incrociata dove nulla accade in modo previsto e pianificato dal volere umano.
Il senso dell’umorismo ci consente di entrare nella visione spirituale delle cose, perché in questa visione non possiamo disporre di nessuna certezza.
Avere senso dell’umorismo non significa “raccontare facezie e giocare con le parole” (Chogyam Trungpa, 1976), ma avere un’inaspettata visione della realtà, significa vedere la giustapposizione, significa vedere che il solenne è buffo e che la nostra magnificenza è ridicola.
Il senso dell’umorismo ci mostra come ogni cosa che accade è una forma, un sogno.
Appena andiamo incontro alla comprensione di tutto, direbbe Nietzsche, tutto straripa e irrompe in “una fragorosa risata”.
(dal saggio di Franco Nanetti, Psicologia e spiritualità, My Life, Rimani, 2012)La pratica del counseling si basa sui principi epistemologici della prospettiva fenomenologica-esistenziale (Franco Nanetti, La via della trasformazione interiore, 2012)







































































 
 

La prospettiva empiricologico-razionalista

La prospettiva fenomenologico- esistenziale

Capir

Comprendere

Spiegare
Cogliere le connessioni e le sequenze logicocausali
Da qui l’uso dell’interpretazione

Dare un senso
Per immedesimazione nell’esperienza
vissuta
Da qui l’uso del feedback fenomenologico
come proiezione percettiva

Osservazione naturalistica
Il soggetto conosce l’oggetto ponendosi al di
fuori del campo di osservazione

Diagnosi funzionale o dello stile
relazionale

La relazione di aiuto è centrata su
un percorso di ristrutturazione

La relazione di aiuto è centrata
su un percorso di
implementazione
dell’epistemologia

Il processo trasformativo avviene
“nel” paziente

Il processo trasformativo avviene
nella relazione

Il cambiamento è
autorealizzazione

Il cambiamento è
autotrascendenza

Il destino del cambiamento è l’essere più
pienamente soddisfatti nella
realizzazione dei propri bisogni

Il destino del cambiamento è il dono, il
perfezionare se stessi per migliorare il
mondo in cui si vive
“Si inizia da se stessi, per non rimanere in
se stessi” (Martin Buber)

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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